Pubblicato da: Isi | 11 marzo 2013

Resistenza al cambiamento

passi avanti passi indietro

Passi avanti, passi indietro

Di recente mi è capitato di tenere una docenza sulla ricerca attiva del lavoro. Era la mia prima volta: in genere seguo più il discorso bilanci di competenze, oppure aiuto i singoli ma non avevo mai lavorato con un gruppo. Come al solito, ogni nuova sfida è la benvenuta.

Avevo preparato la docenza meticolosamente, come sempre del resto. Non perché sia particolarmente brava io, ma è un modo come un altro per tenere a bada quell’agitazione che si fa sentire ogni volta mi trovo in una posizione che attira l’attenzione e mi espongo a un giudizio. Comunque.

Non so se a qualcuno è mai capitato di trovarsi a fronteggiare non tanto una difficoltà individuata da un gruppo di persone (che so: come si scrive un CV), quanto piuttosto la resistenza al cambiamento del gruppo di persone in questione. Chiaro, trovare lavoro oggi è un casino. E lo è per tutti, praticamente: dai giovani che non riescono proprio a iniziare, a chi invece si è ritrovato in cassa integrazione dall’oggi al domani. Poco lavoro, e a cercarlo sono in tantissimi. Come fare a spiccare rispetto alla massa? Come riuscire a fare in modo che chi realizza la selezione si ricordi di noi? Caspita, bisogna ingegnarsi. Lavorare sul proprio vissuto, riappropriarsi di strumenti come il CV, perché non siano solo un’accozzaglia di date ed esperienze statici. Il CV siamo noi: ed è chiamato non solo a parlare di noi e per noi, ma anche ad attirare l’attenzione di chi legge perché, quanto meno, gli venga voglia di conoscerci.

In aula erano in pochi, e tutti disoccupati da più o meno due anni, due anni e mezzo. Erano persone in su con l’età, e ai loro tempi, quando aveva trovato “il lavoro della vita” le cose funzionavano diversamente. Si andava di persona, ci si presentava, e da lì a pochi giorni si veniva richiamati e si iniziava a lavorare. A tempo indeterminato e con l’articolo 18.

Eccola: la resistenza al cambiamento. Il non voler rendersi conto che il punto non è solo che c’è poco lavoro: ma che è il mondo del lavoro stesso ad essere cambiato. Che ci chiede non solo, di essere bravi a fare qualcosa: ma di saperci vendere, ingegnare, attivarci, essere propositivi. Chiaro, è facile essere disorientati, pensare che prima si stava meglio. E forse sì, non lo so, non ho vissuto in quell’epoca ma vivo in questa. E ormai non si può tornare indietro: bisogna prendere atto del cambiamento avvenuto, e ripensarsi a 360°. Che può anche voler dire, per quanto sia difficile, responsabilizzarsi di fronte agli insuccessi: se per 2-3 anni ho cercato lavoro in un determinato modo, e quel modo non ha dato i suoi frutti, cosa voglio fare? In parte sarà anche che di lavoro ce n’è poco (causa esterna); ma in parte forse anch’io potrei attivare altre strategie per trovarlo (causa interna).

Ma questo vorrebbe dire accettare e prendere atto del cambiamento avvenuto, ed agire di conseguenza: non è né facile, né banale. 

E tu cosa ne pensi? Ti è mai capitato di trovarti in una situazione simile?

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