Pubblicato da: Isi | 27 marzo 2013

Problem solving vs. problem management

Qual è stato il più grande problema che si è trovata a dover gestire, e come lo ha superato?

Qualche anno fa questa domanda mi venne fatta durante un colloquio per un posto da JPO (Junior Professional Officer) all’Organizzazione Mondiale della Sanità, per la sede di Ginevra. La domanda mi spiazzò: nella mia percezione, di problemi non ne avevo mai avuti. Allo stesso tempo, mi resi conto che una risposta del genere era impensabile, e quindi feci un passettino indietro.

Che cos’è per me un problema?

E mi sono accorta che per me un problema è un qualcosa che non ha soluzione. Tutto il resto sono difficoltà: ma le difficoltà si superano. Quindi per me i problemi ascrivono a sfere come: disastri e calamità naturali, guerre, malattie, morte. Tutto il resto, in un modo o nell’altro, si gestisce.

…e quindi, perché preoccuparsi!

Questo fino a un mesetto fa circa. L’anno scorso, insieme ad un amico, abbiamo messo in piedi un gruppo di lavoro, presentando un progetto di documentari al Museo Storico di Trento. Una volta approvato, siamo andati avanti con la gestione e realizzazione. Tra i membri fondatori del gruppo di lavoro, una persona con cui, caratterialmente, mi sono sempre trovata benissimo. Molto istruito, con lui avevo degli scambi estremamente interessanti.

Professionalmente però, aiuto! Poco organizzato, rallentava il lavoro di tutti. Quando poi faceva la sua parte, bisognava andare a monitorare il risultato perché non ci si poteva fidare. Tante volte con gli altri ci siamo trovati nella situazione di dover tamponare le sue mancanze. Ma era la prima volta che si lavorava insieme, e l’obiettivo era portare a casa il risultato ad ogni costo. Visto che parlandone con lui le cose non cambiavano, abbiamo scelto l’opzione più “comoda”: tutte le difficoltà e gli attriti avuti con questa persona si sono risolti quando il progetto è terminato.

Salvo riproporsi nel momento in cui abbiamo dovuto pensare di presentare un nuovo progetto, ovviamente. Che difficile: tante cose erano già state fatte e dette, a volte in modo diplomatico e con tatto, altre in maniera molto onesta e, a tratti, brutale. Tutti insieme abbiamo iniziato, dubbiosi, la fase delicata della progettazione. Esprimendo le nostre perplessità, fornendo spunti, rielaborando il lavoro passato, proponendo possibili soluzioni e alternative. Abbiamo provato ad esprimerci ed ascoltarci, senza filtri, tra tutti. Le difficoltà con questa persona sono diventate sempre più grandi, e la frattura sempre più profonda. Abbiamo capito il suo punto di vista – a tratti, si è sentito escluso dal lavoro – e abbiamo cercato di andargli incontro, pur di mantenerlo nel gruppo consapevoli che, quando si arriva a queste impasse, è sempre una sconfitta per tutti.

A cosa è servito tutto questo lavoro?

A niente.

Sarà banale, ma ho toccato con mano che in una relazione si è sempre in due, e se dall’altra parte non c’è la disponibilità al dialogo e al confronto, da soli non si può sbloccare la situazione. Di conseguenza, il progetto è stato presentato senza questa persona. Sono “lezioni” non facili, soprattutto per una come me, che vorrebbe mediare in qualsiasi contesto per arrivare ad un risultato che soddisfi tutti. Ma questo problema – che è tale, a parere mio, perché questo tipo di soluzione lascia l’amaro in bocca – mi è servito: la sola idea di un altro progetto realizzato con le stesse modalità dello scorso mi faceva mettere le mani nei capelli.

Comunque, alla fine, queste situazioni impari a gestirle solo quando ti capitano. E a ben guardare, in un gruppo è impossibile avere tutti sempre contenti e soddisfatti: le mediazioni devono essere la norma. Tu cosa ne pensi? Ti è mai capitata una situazione del genere? Come l’hai gestita? Sei rimasto soddisfatto dell’esito?

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