Pubblicato da: Isi | 10 aprile 2013

Unire i puntini

Wenddi Porto Burger

L’intervista che vi propongo è uscita il 31 marzo sul numero di Vita Trentina, il settimanale per cui scrivo da un paio d’anni a questa parte. Wenddi, oltre ad essere una bella persona e amica mia, lavora con me. Se devo pensare a qualcuno di “interculturale” (whatever that means) mi viene in mente lei: brasiliana, con antenati austriaci, durante un master in Germania ha conosciuto suo marito, argentino; insieme si sono trasferiti a Trento. Pensa te i giri della vita!

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Grazie al progetto “Steps towards change – next steps”, finanziato dall’Unione europea, alcune associazioni da Slovacchia, Italia, Polonia, Turchia, Costa Rica, Vietnam, Cina, e Uganda stanno creando un network per inviare ed accogliere volontari. Con questo obiettivo Wenddi Porto Burger, coordinatrice per il Servizio Volontario Europeo in accoglienza dell’associazione InCo – Interculturalità & Comunicazione si è recata in Uganda.

Cosa voleva dire per te andare in Uganda?

Una sorta di ricerca delle mie radici. Io sono brasiliana, discendente di austriaci e tedeschi. Essere qui a Trento per me vuol già dire riuscire a capire di più su di me: la mia famiglia è sempre stata troppo tedesca per essere brasiliana e troppo brasiliana per essere tedesca. Il Brasile ha vissuto 300 anni di arrivo di schiavi africani, anche se non dall’Uganda. Per me è stato un po’ come collegare i puntini. Come la cultura brasiliana ha tanti aspetti simili alla cultura italiana, così anche per quella africana. Sentire i suoni e vedere i passi della samba e della capoeira nei ritmi africani mi ha colpita, parte della mia cultura ha origine là.

La tua percezione dell’Uganda?

Parlando con europei che lavorano lì da tanti anni il paese ci è stato definito come “l’Africa per i principianti”. È piccolo e concentra in sé gli aspetti più belli del continente in un ambiente amichevole e sicuro.

Cosa devono sapere i volontari che ci andranno?

Innanzi tutto bisogna essere consapevoli rispetto alla gestione del tempo. Anche tra di noi scherzavamo sempre: ma l’appuntamento è sull’ora africana o l’ora dei muzungo (gli stranieri bianchi in Uganda, ndr)? E anche sulla gestione della relazioni: è importante che le domande vengano poste in modo da dare luogo a una risposta positiva, perché si imbarazzano a dire di no. Quando gli chiedi qualcosa se ti dicono “Lo farò presto”, in realtà è un no; se dicono “Lo farò più tardi” allora è un sì.

E poi ci sono le relazioni interpersonali.

Sono molto diverse rispetto all’Europa. Anche sul lavoro: là prima si parlano e si conoscono; il resto viene dopo. Questo vuol dire varie riunioni prima di concludere qualcosa. Ma non puoi arrivare con la tua testa da occidentale e pretendere di cambiare le cose. Non è questione di essere efficienti: là funziona così. A livello personale è un po’ come in America Latina: tutti sembrano più aperti ma dopo non sai bene di chi ti puoi fidare.

Altre differenze culturali che ti hanno colpito?

La mob justice: Se quando cammini per strada ti derubano e inizi a urlare, la gente prende il ladro e lo massacra di botte. Naturalmente non è legale, ma ci avevano avvertiti fin dall’inizio perché è considerato normale. Un esempio: un giorno l’autista che ci portava in giro ha frenato bruscamente a un incrocio. Tutte le persone per strada si sono fermate, hanno circondato il minivan e si sono messe a rimproverarlo. Esistono tante situazioni molto precarie però sembra ci sia una coesione dove ci si aiuta e protegge a vicenda.

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