Pubblicato da: Isi | 22 aprile 2013

La sottile arte dell’autodifesa personale

orsettidelcuoreNon sto parlando di karate, judo, kick boxing o roba così: lo dico subito, a scanso di equivoci. Quindi se sei arrivato qui digitando su google “autodifesa” et simili, cambia pure blog! 🙂

Quello a cui mi riferisco sono le relazioni: oggi voglio condividere con te alcuni pensieri sull’autodifesa relazionale. Mi sta capitando spessissimo infatti, di avere a che fare con gente troppo buona, un po’ degli “orsetti del cuore” (vedi foto se non te li ricordi!) più o meno (in) consapevole. La metto giù ancora più dura: tra i miei coetanei (30-and-something) uno dei problemi trasversali che vedo è la gestione dei genitori; tra i ragazzi con cui lavoro (20-and-something) anche.

Nel primo caso, la difficoltà è quella di difendere le proprie scelte: personali e professionali. Nel secondo caso, si tratta di riuscire a prenderle con la propria testa e il proprio cuore, queste scelte.

Che banalità: esporsi al giudizio altrui è pericoloso, ci mette in una posizione vulnerabile che è molto scomoda, e in cui nessuno sano di mente vuole stare. Io inizio a pensare che gli ex-68ttini siano tra le più grandi sciagure dell’umanità. Non tutti eh, voglio mica generalizzare. Ma tanti, troppi, pieni di grandi idee, ancorati al passato, e spesso con zero senso pratico. O meglio, con lo stesso senso pratico che avrebbero se dovessero affrontare il ’68 di nuovo. Aiuto, ma siamo nel 2013! E giù giudizi: se convivi e non ti sposi. O magari ti sposi, ma non vuoi figli. Se fai figli, perché non li battezzi. Se fai un lavoro che ti piace, anche se è precario: ci vuole l’indeterminato. La felicità assoluta sembra il tempo indeterminato. Se non ce l’hai, sei condannato all’infelicità nei secoli dei secoli amen.

Se all’università decidi di fare, che so, filosofia? Invece di ingegneria o economia ecco, sarai un fallito nella vita. Come se uno non potesse cambiare strada o idea su sé stesso a metà del percorso. E guai! a fermarsi a pensare a cosa si vuole fare della propria vita: bisogna produrre. Finisci le superiori e via all’università! Non sei convint*? Non importa, intanto inizi. Tanto lavoro non ce n’è, chettifrega? Parcheggiati da qualche parte e produci in attesa di tempi migliori.

E avanti così. E io vedo i 30-and-something (me inclusa) a provare a spiegare e, in qualche modo, giustificare quello che facciamo, le nostre scelte. E i 20-and-something dibattersi tra: faccio contenti loro o faccio contento me stess*? Perché entrambe le opzioni a volte non sono fattibili.

Che difficile riuscire a liberarsi di questi schemi mentali, queste gabbie, come dice Lorella Zanardo anche se da un altro contesto. Eppure. Anche i/le più sensibili dovranno iniziare a scrollarsi di dosso questi schemi e difendersi, se vogliono avere una vita non dico felice – che la felicità sono attimi – ma quantomeno serena.

Difenderci da chi ci vuole bene, anche se sembra un controsenso.

Perché con il bene ci si fanno delle gabbie fantastiche, ma sempre gabbie sono.

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