Pubblicato da: Isi | 2 agosto 2013

Racconti da Tokyo

La metropoli.

Il nostro host, Stefano, ci racconta che è composta da 80 cittadine, quindi non esiste un vero e proprio centro. Non come lo intendiamo noi, almeno. E i tanti quartierini (Shibuya, Shinjuku, Harajuko ecc.) sono in effetti piccoli mondi a sé, con le proprie caratteristiche e tutti diversi. Come in tutte le metropoli mi sembra di essere una formichina in mezzo alle formichine: però le persone non corrono con la faccia scura o arrabbiata.

piattiAll’inizio pensavamo avremmo fatto fatica con il cibo, ma non è stato così. Siamo diventati proficient nel sapiente uso dei bacchetti in tempi relativamente brevi. I menu spesso hanno delle foto dei piatti (o i modellini esposti in vetrina) per cui dai, sepoffà – vedi foto!

(ps: tutte le foto di Tokyo sono qui!)

E poi siamo andati nel posto più bello per i souvenir e le curiosità: ovvero, il supermercato. Io amo i supermercati, soprattutto quelli stranieri. Ti dicono un sacco di cose: l’ordine mentale che si utilizza in una data cultura, il livello di importanza dato ai vari prodotti, le abitudini alimentari, e via dicendo. Mi piacevano tantissimo le pesche: belle impacchettate una ad una, grandissime, e costavano un rene. Nel senso: la frutta (e qualche tipo di verdura, come i pomodori) costavano tanto quanto il pesce. Per pagare poi, un metodo tutto loro per evitare problemi con il resto (poi immagino dipenda dal supermercato), ovvero: prima passi per una specie di cassa (ma non è una cassa vera e propria, perché non paghi) dove il commesso fa il conto, mette la merce nel sacchetto e ti consegna, a due mani e con un inchino, un bigliettino con il conto e un codice a barre.

Poi tu vai a una seconda cassa fai da te, passi il codice a barre per l’apposita “pistola”, inserisci i soldi, e la macchina ti da il resto perfetto.

Comunque. Stefano per un po’ è stato sposato con una ragazza giapponese, è là da una decina d’anni, parla benissimo la lingua. In breve: è una di quelle figure-ponte, che ti aiutano a capire una cultura altra inserendo concetti a te strani in categorie dove li puoi riconoscere ed assimilare. Dopo la tappa al supermercato a me è venuto da domandargli la funzione sociale dei pasti – per noi italiani è fondamentale – e come funzionano le famiglie. Ti riporto qui quello che ha detto lui: mi raccomando, occhio al rischio di generalizzare. Qui abbiamo solo un racconto, non una regola che vale per tutte le persone giapponesi!

Allora, tendenzialmente la famiglia (ma la società in generale) è a stampo patriarcale. Alcune donne lavorano, ma comunque ci si aspetta che si sposino e facciano figli. Se per caso aspirassero a ruoli dirigenziali (manager, ecc.) niente da fare: i giapponesi macschi gli riderebbero in faccia, zero credibilità. Quindi, se spesso stanno a casa, si occupano evidentemente di figli e quant’altro. Tendenzialmente ci si parla gran poco. Un po’ ne avevo avuto il sentore a dire la verità: tantissimi attaccati ai cellulari di ultima generazione, pochissimi a chiacchierare tra loro, anche in metro). Oltre all’osservazione diretta mi sto leggendo i romanzi di Haruki Murakami, e in realtà il tema della solitudine e della poca o nulla comunicazione (in famiglia e fuori) ritorna sempre. Spesso le mogli poi continuano le relazioni con i mariti anche se l’amore finisce, perché comunque torna comodo salvare le apparenze e avere una fonte di reddito.

E spesso l’amore finisce perché, comunque vadano le cose, secondo Stefano nella scala delle priorità il lavoro per i giapponesi occupa sempre il primo posto. Sempre.

Per i pasti, funziona che la colazione si fa a casa, ed in genere è salata. Per il pranzo o la moglie prepara il bantu al marito (un vassoietto con tutte le caselline per ogni cibo, un po’ come quelli delle sagre da noi dove c’è lo spazio per la polenta, lo spezzatino, ecc.) oppure questi bantu si possono comprare dalle venditrici per strada a pochi soldi. Nota mentale: in Giappone si usa tantissimo il contante e pochissimo bancomat e carte di credito.

La cena invece è argomento tabù: a quanto pare i maschietti tra gli orari di lavoro spossanti e lo stress che non sfogano da nessuna parte (perché comunque non parlano) finiscono per andare a bere al bar e non tornano a casa.

Che vabbè, anche da noi capita, ma per fortuna non è la regola.

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Responses

  1. L’hai visto Hachi?
    Leggi 1Q84 di Murakami. E ovviamente Kitchen della Yoshimoto. Che invidia!!

    • Kitchen lo avevo letto anni fa… è nella mia to-do list di libri da riprendere in mano! Idem con patate per 1Q84…e ribatto con “Tokyo blues”, decisamente merita, così come “Kafka sulla spiaggia”!


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