Pubblicato da: Isi | 12 settembre 2013

E anche quest’anno l’11 settembre è passato

L’11 settembre è passato, ma la memoria resta. C’è chi ricorda quello del 2001, chi quello del 1973. Teorie su un complotto autocreato dagli uni, nel 2001; a quello subito, proprio anche da quegli uni, nel lontano 1973. In Cile, ogni giorno è l’11 settembre 1973, scrive Luca Calvetta sull’Huffington Post.

Ho avuto il piacere immenso di vivere in Cile per qualche mese, nell’ormai lontano (per me 🙂 ) 2007. Svolgevo un tirocinio per la sezione di Santiago di Amnesty International, e oggi come allora sento che in una vita precedente ero nata là. Non so quando, non so come. Ma è una sensazione vivida e distinta, un ri-conoscere quel posto appena sbarcata dall’aereo. Cosa che non mi è capitata da nessun’altra parte. Costruirmi la mia vita a Santiago è stato facile, e immediato. Vivevo a casa di Lucy Morena, una signora super sciccosa (comunque si scriva quest’aggettivo) che anche a girare per casa si metteva il rossetto e indossava pantofole con i tacchi.

Meravigliosa.

Piena di amore per la vita, amore e stupore per la vita, in tutti i suoi modi e forme.

Io non lo sapevo, prima di andare là: ma se fai volontariato per Amnesty, vuol dire che sei comunista, o, comunque, di sinistra. Sai, quelle etichette che gli altri ti mettono addosso. Perché siccome durante la dittatura Amnesty si batteva (come sempre, peraltro) per il rispetto dei diritti umani, e i diritti umani erano calpestati da un dittatore di destra, allora se eri di Amnesty eri di sinistra. Non fa una piega, è la logica del bianco e nero, niente sfumature di grigio, niente arcobaleni.

Catena umana, nel quartiere dell’Alameda

Come tutti gli anni ci sono stati disordini a Santiago, per l’anniversario: guardo la prima pagina di un quotidiano nazionale, La Tercera (che giuro non so e non mi interessa sapere da che parte stia) e si parla di 262 persone arrestate e 42 carabinieri feriti. Ho scritto in whazzup (santa tecnologia!) alla mia amica Carolina: secondo lei quest’anno le manifestazioni sono state più tranquille del solito, solo che siccome è il 40esimo anniversario, allora tutti ne parlano di più. Eh già, anche gli anniversari seguono i criteri di notiziabilità. E – prosegue – “esto sì va a seguir hasta que no haya verdad y justicia“. Verità e giustizia: negate a tutt*, perché il Paese doveva andare avanti. Guardo le foto postate da Cristina, un’altra mia amica: sono diverse (te le segnalo), parlano di una resistenza-resilienza diversa. 1.210 persone hanno formato una catena, sdraiandosi per terra. Le persone in uniforme verde militare qui a fianco sono i carabinieri.

Sì, anche in Cile hanno i carabinieri: si chiamano carabineros. Però, nel linguaggio comune, e in senso dispregiativo, si chiamano pacos. Pacos sono i carabinieri, milicos i militari (militares). E a raccontarti queste cose mi viene in mente un pensiero lampo, elaborato anni fa, sul linguaggio: ascoltare i cileni parlare lo spagnolo è come guardare un film al cinema. Almeno, quello che pareva a me. Giri di parole a non finire, scherzi che io coglievo tipo un paio di giorni dopo ripensandoci. Forse – avevo pensato – siccome hanno vissuto una dittatura con censura per decenni, hanno dovuto rendere creativo l’uso del linguaggio, perché non si poteva essere più di tanto espliciti. Non lo so, pensieri in libertà.

Catena umana

In generale – anche se già dicendo in generale un po’ sbaglio – i cileni sono fieri di dire che hanno sangue mapuche. A sentir loro tutti hanno avuto un qualche antenato mapuche. Ma poi i diritti dei mapuche – e delle persone dei popoli originari – sono calpestati regolarmente. Pensa te che quando manifestano per una qualche ingiustizia vengono arrestati e processati con la stessa legge contro il terrorismo voluta da Pinochet…e siamo nel 2013!

E quando ero lì ho parlato anche con militari – perché sì, hanno creato sofferenze inimmaginabili, e proprio per questo io mi domando come fanno. Come rielaborano questa parte della storia? Fanno finta di niente, un colpo di spugna e via? Mah. Non ne ho ricavato molto, in realtà. Forse ho parlato con persone troppo giovani, della mia età: che hanno vissuto la dittatura, ma non il golpe o ciò che l’ha preceduto. E quindi perché dovrebbero sentirsi in qualche modo responsabili (cosa che alla fine emergeva implicita nelle mie domande, me ne accordo solo ora). C’è chi dice che alla fine non è stata gran cosa, in Argentina è andata comunque peggio, se consideriamo il numero di morti e gli anni e gli anni di sofferenza. “Proporzionalmente – giuro, proprio così! – in Argentina è stato peggio“. Come se il peggio o il meglio aiutasse a rimarginare le ferite, o come se il fatto che se un altro si comporta peggio, bastasse a scusarci. A me le persone che mi danno queste risposte mi lasciano basita.

E come in questa vignetta di Zero Calcare che mi fa scompisciare dal ridere, ora avrei un sacco di risposte. Ma lì, sul momento, giuro, non mi è venuto niente.

*plop*

Oggi poi, ho vista postata su facebook la storia di un’altra mia amica. Credo fosse la prima volta che la condivideva, io non ne avevo la più pallida idea. Le ho chiesto il permesso di tradurla e postarla: ti aggiornerò!

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