Pubblicato da: Isi | 20 settembre 2013

Esterofili e restanza

Ho appena finito una riunione con due ragazze che vorrebbero andare all’estero: belle, vive, piene di energia. Con le idee già abbastanza chiare rispetto a quello che vogliono fare, e tutto lo spazio per costruirsi quello che vogliono.

E come spesso capita si parla anche della fatica che si fa. Che fanno loro, che faccio io anche se un po’ mi sento una privilegiata: faccio un lavoro che mi piace e che mi mette in gioco ogni giorno, mi sprona ad essere/cercare di diventare una persona migliore. In ogni ragazz* che vuole partire o non sa cosa fare della sua vita, in parte mi ci rivedo.

E poi vedo un botto di articoli parlare di fuga dei cervelli, poveri giovani senza opportunità, che certo fanno bene a partire, cosa ci stanno a fare qui. Tanto che a un certo punto chi resta non può fare a meno di pensare “devo avere scritto fesso in fronte a caratteri cubitali e lampeggianti”.

Ed entrambe le scelte vengono descritte come “le vie più facili”. Come se scegliere “la via più facile”, ammesso che esista, ti aiutasse a raggiungere un tuo equilibrio, una tua serenità. Chi parte perché scappa. Chi resta perché è un raccomandato o un mammone.

Ma nessuna scelta è facile: vivere all’estero è un casino, casa tua ti mancherà sempre. Le piccole abitudini, la tua rete di relazioni, il senso dell’umorismo. Ma anche vivere a casa tua è complicato: la precarietà è in testa e nella vita prima che sul lavoro. Poi a forza di martellamenti esterni, il “non ce la farai mai” che ti ammazza ancora prima di iniziare qualsiasi cosa – beh, uno finisce che ci crede sul serio. Se poi a crederci sul serio sono in tanti, allora abbiamo un problema.

A me all’estero mancava il caffé dopo pranzo a chiacchierare con mia mamma (macchiato con la schiumetta, come solo lei sa fare), gli spritz con le mie amiche e le telefonate lunghe eterne con alcune di loro. Mi mancava poter dire alcune cose in dialetto. Mi mancava quel momento in agosto, quando, impercettibilmente, cambia qualcosa nell’aria e nella luce a Trento e capisci che è arrivato l’autunno. E poi mi mancava la pizza, lo speck, il prosciutto cotto nel pane croccante, la luganega, i canederli, e il vin brulé che ti scalda mani e cuore. Mi mancava Via della Pontara, una stradina a senso unico strettissima: si inerpica dietro il castello del Buonconsiglio, che a un certo punto ti appare da dietro un roccione che è uno spettacolo. Mi mancava il cielo azzurro, limpido, anche nelle giornate freddissime di inverno. Che in quelle giornate lì è più freddo di quando nevica, ma se non ci cresci che ne sai.

E adesso che vivo in Italia e queste cose non mi mancano, mi manca poter dire alcune cose in altre lingue – che sennò sembri la radical chic di turno, eccheppalle ‘sta mania di etichettare qualsiasi cosa. A volte, confesso, mi manca l’energia e l’opportunità di sognare. Mi manca l’idea che tutto posso fare nella vita, se lo voglio e mi sforzo e mi impegno. Perché qui tutti ti dicono che non ce la farai.

Mi son fatta l’idea che sia una questione di priorità: evidentemente tutto non si può avere, almeno non in questo momento, non in questo posto, non in questa vita. Possiamo provare a creare le condizioni perché si possa in futuro, però.

La mia scelta, a un certo punto, è stata quella di tornare – anche se non avevo nulla in mano. Mi sento bene, perché sono italiana, vivo in Italia e sono felice della mia vita. Detto per inciso: mi lamento lo stesso di un sacco di cose, perché lamentarsi è un’arte sottile che va allenata e affinata con il tempo e l’esperienza – e è forse uno dei pochi aspetti che unisce veramente tutti gli italiani e le italiane.

Energia e sogni, invece: tenerli accesi mi costa fatica. E oltre a tenere accesi i miei, provo nel mio piccolo a farli accendere nelle persone che incontro.

Ho l’illusione che forse, se in tanti iniziamo a tenerli accesi – in direzione ostinata e contraria, direbbe De André – allora forse non ci si sentirebbe schiacciati, a tratti, a vivere qui.

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