Pubblicato da: Isi | 5 dicembre 2013

Diritti alla meta

RiccardoNoury

Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia

Questa è un’intervista realizzata (come anticipato via facebook 🙂 ) venerdì 22 novembre e uscita la settimana dopo su Vita Trentina. Devo ammetterlo, intervistare le persone e riportarne idee, pensieri, opinioni, è la parte di questo mestiere che più mi piace.

…buona giornata a tutt*!

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Dal 1980 Riccardo Noury è il portavoce di Amnesty International Italia; blogger per il Corriere della Sera e Il Fatto Quotidiano, è coautore di pubblicazioni su tortura e pena di morte. Durante il Filmfestival “Tutti nello stesso piatto” ha presieduto la giuria per assegnare il premio Amnesty “Io pretendo dignità”, ad opere incentrate sui diritti umani.

Da quell’osservatorio privilegiato sui diritti umani che è il tuo lavoro, cos’è cambiato rispetto al 1980?

C’è maggiore informazione: non esiste zona al mondo che non sia monitorata. Di conseguenza anche le tecniche per reagire sono più efficaci. L’aspetto negativo è la maggiore repressione al diritto di espressione. Poi è cambiata Amnesty: all’inizio ci concentravamo sui diritti individuali, come i prigionieri di coscienza. Ora facciamo anche campagne per migranti e rifugiati, contro la violenza sulle donne, i diritti economici e sociali.

Questi ultimi sono quelli più toccati dai film in concorso.

Nella selezione di documentari proposti c’è una qualità altissima ed è la conferma di come il cinema sia uno strumento fondamentale per la denuncia di violazioni.

Che ruolo hanno i media nella promozione dei diritti umani?

Quando si sceglie di seguire un tema in maniera parziale e con un linguaggio discriminatorio si danneggiano dei gruppi già vulnerabili – penso ai migranti, o ai rom. L’informazione ha avuto una grande responsabilità in Italia nel creare una situazione artificiosa e inaccettabile: come se i diritti umani fossero una coperta corta, che se la tiri da un lato si scopre dall’altro. Così, se difendi i diritti dei migranti li togli agli italiani, e via dicendo.

La campagna “Io pretendo dignità” (da cui il premio) si concentra sulla povertà come risultato di decisioni.

Abbiamo messo al centro della povertà il tema dei diritti umani. Poi un fenomeno naturale quale un tifone uccide 4-5000 persone perché povere: non è casuale, sono scelte che chiamano in causa governi e multinazionali. I documentari mettono in luce la resistenza delle comunità a rischio di sgombero forzato, contro le piantagioni di soia e le dighe. Mostrano come le autorità reagiscano con violenza e siano al servizio di interessi radicati all’estero.

C’è anche un film fuori concorso sul popolo Sarayaku.

La loro lotta in Ecuador è un esempio contro gli sfruttamenti petroliferi. C’è questo stereotipo dei popoli nativi con l’osso al naso; qui abbiamo un gruppo che si organizza con tecniche moderne di pressione, va in Europa e nelle Americhe, e con gli avvocati vince la causa.

Momenti di scoramento?

No, daremmo ragione ai governi che ci vogliono così. Anche nei momenti di difficoltà abbiamo una responsabilità individuale e collettiva. Poi ogni giorno c’è qualcosa di buono: venerdì mattina abbiamo appreso che la protagonista del documentario sulla Cambogia, la leader del movimento contro gli sgomberi, è stata scarcerata. Questo grazie alla campagna realizzata dalle persone con Amnesty.

E per quanto riguarda la situazione in Italia?

C’è stata un’erosione dei diritti. Se prendiamo come punto di partenza il 2001, l’anno del G8 di Genova, vediamo casi di maltrattamenti e uccisioni da parte della polizia. Ma il reato di tortura non è stato introdotto nel codice penale. Abbiamo leggi e decreti che hanno criminalizzato gruppi di persone (i pacchetti sicurezza contro migranti e rifugiati, gli accordi con la Libia per i respingimenti, l’emergenza nomadi del 2008). Poco quello che è migliorato: maggiore attenzione istituzionale alla violenza sulle donne (ratifica della Convenzione di Istanbul, e decreto con norme repressive). L’Italia è promotrice della campagna contro la pena di morte nel mondo attraverso l’ONU, ed ha ratificato il trattato sul commercio di armi che una volta attuato ne ridurrà l’invio a chi viola i diritti umani.

La pagina con l’articolo e l’intro sul festival lo trovi cliccando qui.

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